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mercoledì 4 novembre 2009
Finalmente prendo atto che qualcuno si ricorda di me.

Da sempre sono estremamente convinto che uno dei valori imprescindibili di una società degna di essere appellata "civile" sia il valore del rispetto nella sua più ampia accezione possibile.
Qalunque sia l'oggetto della discussione -sia essa politica, religiosa o sportiva- se come me si ritiene utile la logica del confronto si deve a mio avviso esser disposti al rispetto dell'opinione altrui. Io non mi sono mai sottratto al confronto ma, spesso, su determinati argomenti mi sono trovato di fronte interlocutori molto poco disposti non dico a sposare le mie posizioni -questo non l'ho mai preteso anche perchè, per quanto seguirà, capirete che niente è più lontano dal sottoscritto della logica dell'indottrinamento- ma, quanto meno, a dirsi disponibili a rispettare le mie idee.
Sto parlando delle tante volte che, con amici, colleghi e parenti vari mi sono trovato a disquisire circa la legittimità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche.
Prima di addentrarmi sulla questione, e perchè nessuno possa pensare che le mie convinzioni in materia siano frutto di un'educazione anticlericale, mi sembra doveroso premettere che il sottoscritto, battezzato “d'imperio” dopo tre mesi dalla nascita, è stato “incentivato” dai genitori a frequentare il classico corso di catechismo propedeutico al sacramento della comunione.

Io il corso lo frequentai per intero come tutti i miei compagni ma, non avendo compreso appieno gli insegnamenti -magari per limiti intellettivi miei o, forse, per scarsa chiarezza dei precettori- decisi di non fare la comunione.

Da allora sono passati quasi quarant'anni e oggi sono ateo.

Per quanto non abbia mai inteso “sbandierare” il mio ateismo la mia esperienza personale è che, ogni volta che si entra in argomento religioso e ci si dice atei, l'interlocutore -vivendo in Italia quasi sempre cattolico- si arrocca su posizioni tali da interpretare tale convinzione come un problema personale sul quale è inutile discutere ma, soprattutto, qualora generi interessi contrastanti con i propri, non degno di essere preso in considerazione.

Tornando a commentare quanto espresso dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo in tema illiceità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche vi assicuro che, per quanto mi riguarda, non vivo la questione in termini né di stretto diritto né di mera rivalsa. Per me è molto di più.

Per me significa che anche la mia convinzione “areligiosa” è degna di quel rispetto che ho sempre richiesto limitandomi a rilevare come, a mio avviso, tutti gli alunni di qualunque religione ma anche gli atei, vanno nelle aule per studiare e, quindi, tutti hanno il diritto di esser rispettati non tanto trovando l'effige che caratterizza la propria fede ma, per rispetto di chi -purtroppo o per fortuna- non ha fede, non trovando alcuna effige.

Senza alcuna intenzione di commentare gli aspetti giuridici sottesi alla sentenza cui sopra ho accennato, non avendone per una volta nessun interesse, mi limito di seguito a riportare la nota redatta in argomento da Gesuele Bellini e tratta dal sito www.altalex.it all'URL http://www.altalex.com/index.php?idnot=10750


L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche comporta la violazione del dovere dello Stato di rispettare la neutralità nell'esercizio del servizio pubblico, in particolare nel campo dell'istruzione, violando il diritto dei genitori di educare i loro figli secondo le loro convinzioni e il diritto di scolari di credere o non credere.

Con queste conclusioni la Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, all’unanimità dei giudici componenti, nella decisione n. 30814/06, del 3 novembre 2009, ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell’art. 2, del protocollo n. 1, rivisto nel combinato disposto con l’art. 9, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La vicenda ha visto protagonista una mamma che ha intrapreso una lunga battaglia contro l’esposizione del crocefisso nell’aula scolastica frequentata dai propri figli.

L’interessata, impugnando la decisione della scuola di lasciare i crocifissi nelle aule, ha sostenuto, nei diversi gradi di giudizio, la violazione del principio di laicità, ma è sempre stata soccombente. La questione era giunta anche all’attenzione della Corte Costituzionale, sollevata dal TAR del Veneto, la quale, senza entrare nel merito si è dichiarata incompetente in quanto l’oggetto dell’impugnazione riguardava un regolamento scolastico, quindi, non avente la forza di legge e, pertanto, sottratto al giudizio della stessa Corte.

Ultima strada rimasta alla mamma è stata proprio il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo che ha deciso con la sentenza in argomento.

Il Governo italiano nel corso del giudizio si è difeso sostenendo che certamente la croce è un simbolo religioso ma ha anche altri significati, primo tra tutti quello etico, che comprende una serie di principi che possono essere condivisi al di fuori della fede cristiana, quale la non-violenza, la pari dignità di tutti gli esseri umani, la giustizia, l'importanza della libertà di scelta, la separazione della politica dalla religione, l'amore del prossimo e il perdono dei nemici.

Pertanto, ad avviso dello Stato Italiano, il messaggio di cui la croce era portatrice sarebbe un messaggio umanista, che può essere letto indipendentemente dalla sua dimensione religiosa, costituita da un insieme di principi e di valori che rappresentano la base delle nostre democrazie.

L’esposizione di un simbolo religioso nei luoghi pubblici, per il Governo, rientrerebbe nel margine di discrezionalità lasciato agli Stati in materia così complessa e delicata, strettamente legati alla cultura e alla storia.

La Corte ha, tuttavia, respinto queste argomentazioni.

Invero, i giudici europei, nel richiamare i principi giurisprudenziali in merito, hanno affermato che nelle funzioni che lo Stato assume nel campo dell'educazione e dell'insegnamento si deve tener conto del diritto dei genitori di rispettare le loro convinzioni religiose e filosofiche, occasione in cui la scuola non dovrebbe essere la scena di proselitismo o di predicazione, ma piuttosto un luogo di incontro di diverse religioni e convinzioni filosofiche, dove gli studenti possono conoscere i loro pensieri e le tradizioni.

Tali premesse, secondo la Corte, sono quelle che garantiscono il pieno rispetto del dovere di neutralità e imparzialità dello Stato, e, dunque sono incompatibili con qualsiasi potere discrezionale sulla legittimità delle credenze religiose.

La Corte, comunque non nega le affermazioni del Governo Italiano secondo cui la croce avrebbe altri valori, diversi da quello prettamente religioso, tuttavia, proprio quest’ultimo ha una particolare natura e il suo impatto sugli studenti sin dalla giovane età, soprattutto se bambini, può essere condizionante, costituendo una pressione su coloro che eventualmente non praticano tale religione o che aderiscono a un'altra religione.

In definitiva, la Corte ritiene che la presenza dei crocifissi nelle aule – che ha una pluralità di significati, tra cui rappresentare dei simboli in specifici contesti sociali e storici – è tuttavia predominante come simbolo religioso, che può anche essere incoraggiante per alcuni studenti credenti, ma diventare emotivamente inquietante per gli studenti di altre religioni o per coloro che non professano alcuna religione.

Per tali motivazione la Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso della mamma interessata, contestando al Governo Italiano la violazione dell’art. 2, del protocollo n.1, rivisto nel combinato disposto con l’art. 9, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e condannandolo al pagamento di un danno patrimoniale nella misura di euro 5000 da versare alla ricorrente entro tre mesi dalla presente decisione.”

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