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martedì 29 settembre 2009

Tratto da www.pisanotizie.it

Licenziamenti, morti bianche e lavoro sommerso: tre emergenze da combattere

L'intervista di Pisanotizie agli Avvocati Giangiacomo Magni e Massimiliano Ferretti sugli effetti della crisi nei luoghi di lavoro e sulle possibilità dei lavoratori di difendersi legalmente

In queste settimane sono centinaia i lavoratori che in tutto il paese si sono mobilitati per non perdere il proprio posto, perchè gli effetti della crisi sono tanti e colpiscono aspetti diversi. Centinaia sono anche le cause legali che i lavoratori intraprendono per denunciare i comportamenti dei propri datori di lavoro e i licenziamenti senza giusta causa. Pisanotizie ha intervistato gli avvocati Giangiacomo Magni e Massimiliano Ferretti per capire come e se la crisi ha prodotto dei mutamenti anche su questo piano, a partire dalla loro concreta esperienza sul campo nelle province di Pisa e Livorno.

Dal vostro punto di osservazione quali sono i principali effetti che questa crisi sta determinando?

Avv. Ferretti: Il primo riflesso della crisi nei nostri territori si riscontra sicuramente sui livelli occupazionali con molte realtà industriali che chiudono, si trasferiscono o riconvertono la propria attività.
E' come se si fosse fatto un ulteriore passo indietro. Prima il tema di maggiore attualità, ed anche di lavoro per noi, era il precariato: il lavoro c'era ed era precario. La maggior parte delle cause riguardavano la difesa di specifici diritti che non venivano riconosciuti, per cui si trattava di verificare la situazione formale del rapporto di lavoro per poi capire se, dal punto di vista sostanziale, alcuni diritti fossero rispettati o meno. Ora il problema è quello di mantenere il posto di lavoro, cercando di preservare anche queste forme di contratto. Tanti sono i lavoratori che, per quanto precari, hanno avuto accesso al credito ed ora, perso il lavoro, si trovano nell'impossibilità di far fronte al pagamento delle rate dei mutui. Non si tratta più di tutelare i lavoratori in relazione a singoli aspetti contrattuali ma, piuttosto, di valutare la reale sussistenza o meno delle motivazioni che le aziende adducono per giustificare i licenziamenti ossia, se vi sia in concreto e realmente per l'imprenditore la necessità di prendere tali tipi di provvedimento.

C'è qualcuno che approfitta della crisi per procedere a delle riorganizzazioni aziendali?

Avv. Magni: Entrare in questo campo non è semplice. La crisi ha certamente inciso tanto, ma in alcuni casi abbiamo avuto modo di vedere processi di riorganizzazione aziendale poco chiari. Una cosa, però, è certa: il ricorso alla cassa integrazione straordinaria ed alla mobilità nell'ultimo periodo è stato veramente massiccio. Si tratta di procedure rispetto alle quali non è facile vigilare. Inoltre uno strumento come la cassa integrazione non è esteso a tutte le aziende, ed abbiamo registrato resistenze per attivare la cassa integrazione in deroga.

Tutto è reso poi più difficile dai forti processi di esternalizzazione realizzati dalle imprese, che così hanno parcellizzato il lavoro creando vere e proprie reti societarie. In questo contesto di vessazione già difficile per i precari, la crisi è stata anche usata come pretesto per intervenire ulteriormente: si sgretola l'organizzazione aziendale per avere un sistema di società controllate, con meno di 15 dipendenti, a cui revocare a piacimento e a seconda delle convenienze gli appalti. Questo ha degli effetti devastanti sulla stabilità del lavoro, ma diventa sempre più complesso anche risalire all'azienda madre e dimostrare che è questa la responsabile, ad esempio, di un procedimento illegittimo di licenziamento.

Avete quindi numerose cause di licenziamento?

Avv. Magni: Assolutamente si. Sono numerose le cause per la perdita del posto di lavoro. Ma non solo, assistiamo anche ad altri fenomeni. Nel mondo delle cooperative, al posto di procedere al licenziamento, i lavoratori vengono lasciati direttamente a casa, comunicando verbalmente la sospensione del rapporto per carenza di lavoro.

La cooperativa non ha neanche lo scrupolo di intimare per iscritto questa sospensione. Naturalmente la questione del lavoro nelle cooperative è un tema complesso e particolare, in quanto il rapporto di lavoro si inserisce sul rapporto sociale. Vi sono degli specifici regolamenti che prevedono la sospensione ma nella loro applicazione concreta non sono rispettati.

Qual è l'esito di queste cause?

Avv. Ferretti: Al riguardo c'è da rilevare che con la crisi si sta diffondendo un fenomeno particolarmente pesante. Le cause per un licenziamento illegittimo si riescono a vincere con sentenze anche molto favorevoli. Ma qui sorge il problema in quanto non si riesce a far eseguire la sentenza perchè l'azienda non ha più nulla. Ciò avviene spesso nel caso in cui siano coinvolte le cooperative. Abbiamo diverse cause vinte a livello civile, ma inapplicate in quanto la controparte è insolvente. E con gli strumenti attuali al lavoratore non resta che incorniciare al muro la sentenza.

Questo è un pesante disincentivo per i lavoratori ad avviare una causa.....

Avv. Ferretti: Certo che lo è, si tratta di una vittoria di Pirro. Il problema è che questo non è l'unico disincentivo. Se analizziamo il funzionamento della macchina della giustizia la situazione è ancora peggiore.
Per avere una sentenza di primo grado per un ricorso di lavoro occorrono in media 2 anni e mezzo. Per cui, se ipotizziamo che una causa inizia il primo gennaio 2010, si arriva al 30 giugno 2013. Se si va in appello, l'udienza in genere è fissata tre anni dopo e se il procedimento continua fino alla cassazione ci vogliono altri due anni e mezzo. Per cui per arrivare al termine di tutti e 3 i gradi di giudizio passano tra gli 8 ed i 10 anni. Si tratta di tempi lunghissimi e la causa principale di ciò è la carenza di magistrati, anche se talvolta, gli stessi magistrati, ai quali sono umanamente solidale per l'enorme mole di lavoro che svolgono, danno dei rinvii ingiustificati ed ingiustificabili.

Chi trae vantaggio da questa lentezza?

Avv. Magni: Indubbiamente il datore di lavoro, che ritiene più conveniente far andare le cose per le lunghe e rinviare il risarcimento il più lontano possibile, sperando che col passare degli anni intervengano altri fattori.

Comunque occorre tener presente che nel caso di un licenziamento senza giusta causa e dell'obbligo di reintegro da parte dell'azienda, quest'ultima può sottrarsi da questo obbligo. Mi è capitato il caso di un lavoratore che ha ottenuto il reintegro, e l'azienda non l'ha fatto rientrare in servizio, tenendolo fuori dallo stabilimento al minimo dello stipendio.

Recentemente sulla stampa è stato riportato il caso di un lavoratore della Saint-Gobain deceduto a causa di un incidente sul lavoro. A distanza di tre anni ancora non si era svolta neppure la prima udienza. Come è possibile che ciò avvenga?

Avv. Ferretti: In questo caso ci spostiamo sul penale, e qui il codice stabilisce dei tempi ben precisi per cui le indagini non possono protrarsi complessivamente più di 18 mesi. Dopo questo arco temporale o si chiede l'archiviazione o il rinvio a giudizio. In questo caso specifico occorrerebbe capire perchè, dopo i 18 mesi per le indagini preliminari, il fascicolo è rimasto sul tavolo del Pm per un altro anno e mezzo. La ragione più probabile, anche in questoi caso, è la mole di lavoro che ogni Pm deve smaltire. Bisogna anche tenere conto del modo con cui viene organizzato il lavoro. Infatti non si tiene in considerazione solo la gravità del fatto ma occorre pensare anche alla prescrizione. Carichi di lavoro, tempi della prescrizione, mancanza di mezzi determinano ritardi comunque difficili da comprendere.

La questione delle morti bianche in Italia è una vera piaga....

Avv. Magni: Per quanto riguarda la questione della sicurezza sui luoghi di lavori il lavoratore è l'ultimo anello della catena. Recentemente mi è capitato un episodio per cui un lavoratore che ha subito un danno come l'amputazione di un dito, si vede invece sottoposto ad un procedimento penale, in quanto non avrebbe rispettato le norme di sicurezza. In questo caso dovremo dimostrare che il macchinario su cui stava lavorando quell'operaio non era a norma e quindi la responsabilità è dell'azienda. In questi casi è fondamentale da parte di chi è addetto ai controlli fare una fotografia corretta e tempestiva di come si è reso possibile il verificarsi di quell'avvenimento. In questo caso, a detta del lavoratore, il macchinario su cui lavorava non era dotato dei presidi anti-infortunistici previsti, mentre chi è venuto il giorno dopo a controllare ha trovato tutto in regola. Serve quindi tempestività e correttezza nel fare questa delicata opera di verifica.

Altro tema ancora differente e forse più complesso è quello del lavoro nero?

Avv. Magni: Fino a qui abbiamo parlato di vicende che riguardano lavoratori regolarmente assunti. Se consideriamo un fenomeno come quello del lavoro sommerso gli infortuni non vengono neanche denunciati e comunque riuscire a dimostrare come sono andate le cose è ancora più complesso: non è semplice trovare testimoni in queste contesti. C'è un indubbio problema di controlli che dovrebbero essere più numerosi e approfonditi. Servirebbero degli investimenti in questo settore al fine di creare le condizioni per cui non conviene più stare in una situazione di irregolarità. Oggi non è così.

Un capitolo a parte poi meriterebbe il lavoro migrante...

Avv. Ferretti: Molto spesso mi sono trovato a difendere in sede penale migranti espulsi in quanto clandestini e/o irregolari . Nelle domande preliminari al processo mi è capitato di sentire chiedere all'imputato le generalità e l'attività svolta. A quest'ultima domanda moltissimi migranti rispondono di lavorare seppure al nero. Ciò che viene scritto è: "in cerca di occupazione". Si decide quindi di non approfondire e di non avviare dei controlli. Invece ogni volta che un giudice si trova di fronte a questa situazione dovrebbe chiedere per quale ditta quel migrante lavora ed avviare delle indagini. Così gli strumenti del controllo del lavoro sommerso diventerebbero efficaci, con conseguente disincentivo a condurre l'attività di una azienda in modo irregolare sfruttando chi non può permettersi, magari solo per ragioni formali connesse alla regolare o meno presenza sul territorio dello Stato, di tutelare i propri diritti.


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