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mercoledì 10 giugno 2009
Riflessioni sui doveri genitoriali conseguite alla lettura della nota a firma Federico Repetti tratta dal sito altalex.it all'URL http://www.altalex.com/index.php?idnot=46236

Dal momento che in questi anni non si fa altro che stigmatizzare la condotta dei minori, ritenuti sempre meno rispettosi delle regole del vivere civile, mi sembra utile riportare la nota che segue non tanto per la sua innovatività dal punto di vista giuridico nè per la significatività del fatto che ha dato origine alla sentenza della Cassazione ma, piuttosto, per riflettere sul dovere di educazione giuridicamente imposto ai genitori. Infatti, per quanto possa sembrare strano che l'ordinamento imponga un dovere che dovrebbe essere in primo luogo morale, mai come oggi tale dovere giuridicamente imposto appare fondamentale a fronte dell'inerzia genitoriale.
A mio avviso infatti le responsabilità per gli atteggiamenti dei figli conseguono nella maggior parte dei casi alla mancata "sensibilizzazione" -rectius, educazione- dei figli in merito a valori quali, ad esempio, il rispetto (delle regole, dell'individuo), l'impegno (nello studio, nel lavoro), la tolleranza (del "diverso", straniero o portatore di handicap che esso sia), la solidarietà (con i più deboli, con i più sfortunati). A ciò si aggiunga poi che, partendo dal presupposto secondo cui la miglior forma di autorità (morale o materiale che essa sia) è l'esempio, in caso di mancata condivisione di tali valori da parte dei genitori i figli non potranno che essere "lo specchio dei padri".

A seguire la sentenza e la nota redatta da Federico Repetti.


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III CIVILE
Sentenza 22 aprile 2009, n. 9556
Svolgimento del processo
1. - Con sentenza del 16 marzo 2005, la Corte di appello di Potenza, su appello di N.S. e L.A. e sull'appello incidentale di M.P., B.D. M., M.V., M.D. e N.V., appellati, accoglieva il terzo motivo dell'appello principale, nonchè per quanto di ragione il quarto e quinto motivo dell'appello dei N., inerente al quantum dei danni morali, accordato ai congiunti della vittima e ai relativi accessori . 2. - In punto di fatto, con atto di citazione notificato il 9 maggio 1991, M.P. e B.D.M. (quali genitori di M.R.) e M.V. e M.D. (quali germani di M.R.) convenivano in giudizio avanti al Tribunale di Potenza N.V. ed i suo genitori - N.S. e L.A. - chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti a seguito del sinistro stradale in cui aveva perso la vita il loro figlio M.R..
L'incidente mortale si era verificato il ****, mentre alla guida del proprio ciclomotore e, percorrendo la strada provinciale ****, M.R. si scontrava con la vespa Piaggio cc. 50 condotta da N.V. all'epoca minore e con a bordo Lo.Vi..
A seguito dello scontro il N. e il Lo. riportavano gravi lesioni.
Il Lo. era ricoverato in stato di coma e riprendeva conoscenza solo dieci giorni dopo l'accaduto, mentre M.R. decedeva il 12 agosto successivo.
Si costituivano i convenuti che contestavano la pretesa attorea ed asserivano che colpa esclusiva del sinistro era da attribuirsi a M.R.M..
All'esito della relativa istruttoria, con sentenza del 29 agosto 2002, il G.O.A. di Potenza accoglieva per quanto di ragione la domanda risarcitoria e, affermata la responsabilità di N. V. nella causazione del sinistro nella percentuale del 70%, condannava in solido i convenuti al risarcimento dei danni morali spettanti jure proprio, nonchè delle spese sostenute dagli attori a titolo di esborsi conseguenti a detto incidente, oltre interessi nella misura del 4% sulle somme originariamente dovute e via via rivalutate dalla data del **** al deposito della sentenza, oltre al 50% delle spese di lite, previamente compensato il residuo 50%. 3. - Con atto di appello del 12 novembre 2002 N.S. e L.A.L., impugnavano la decisione con cinque motivi.
Si costituivano, resistendo al gravame M.P., B. D.M., M.V.M. e M.D., che proponevano appello incidentale inteso ad ottenere l'affermazione di responsabilità esclusiva di N.V. e, per l'effetto, la rideterminazione proporzionale del risarcimento.
Si costituiva N.V. che faceva proprie le doglianze degli appellanti principali e spiegava appello incidentale del medesimo tenore di quello principale.
All'esito della istruttoria la Corte emetteva la sentenza indicata in epigrafe.
Contro questa sentenza insorgono N.S. e L. A., con ricorso affidato a tre motivi.
Resistono con controricorso M.P., B.D. M., M.D..
Non si è costituito N.V..
I resistenti hanno presentato memoria.
Motivi della decisione
1. - In ordine logico ritiene il Collegio di dover esaminare per primo il secondo motivo.
2. - Con esso i ricorrenti denunciano la violazione e/o falsa applicazione dell'art. 2054 c.c., in quanto la dichiarazione del teste Lo.Vi., unico presente al fatto, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, era credibile e avrebbe, se ritenuta tale, escluso ogni responsabilità di N.V. e, quindi, ogni responsabilità in vigilando dei suoi genitori, perchè a dire del Lo., il N.V., in occasione del sinistro, procedeva sulla destra.
La testimonianza del Lo. sarebbe stata sempre lineare e lo stesso non sarebbe mai stato sottoposto, in virtù di essa ,a procedimento per falsa testimonianza.
La censura propone una ricostruzione del fatto che, come è noto, è di competenza del giudice del merito e che, nella specie, è stata operata sulla base dei documenti in atti (v.p.5 sentenza impugnata) e, quindi, va respinta.
3. - Con il primo motivo sostanzialmente i ricorrenti deducono di non essere affatto responsabili ex art. 2048 c.c., dei danni pretesi dalle controparti e si dolgono del fatto che in sede di appello avevano chiesto l'ammissione di alcuni capitoli di prova, tendenti a dimostrare l'adempimento da parte loro in modo compiuto e irreprensibile degli obblighi ex art. 147 c.c., nei confronti del loro figlio, ma questi capitoli di prova sarebbero stati dichiarati inammissibili dal giudice di appello con motivazione o difettosa o insufficiente.
A loro avviso, inoltre, la Corte d'appello non avrebbe considerato che il N.V., quando è accaduto l'incidente - il ****, era prossimo a diventare maggiorenne, essendo nato il **** e, quindi, aveva quasi tutti, se non tutti, gli elementi per agire e per rispondere da solo.
Contrariamente all'assunto dei ricorrenti, il giudice di appello si è fatto carico di esaminare analiticamente i capitoli prospettati e correttamente ha ritenuti inammissibili i primi due perchè non erano diretti a provare qualcosa, quanto ad esprimere giudizio.
Questi capitoli di prova, oltre che inammissibili, sono stati ritenuti, correttamente, inidonei a fornire adeguatamente la prova liberatoria prevista dall'art. 2048 c.c..
Come è noto, questa prova consiste nella positiva dimostrazione da parte dei genitori del minore autore di un illecito aquiliano, come quello in esame, di aver osservato l'obbligo di cui all'art. 147 c.c., a parte la considerazione che al momento del sinistro il N.V. e il Lo.Vi., suo passeggero, non avevano il casco.
Il che conferma la inidoneità del capitolo di prova, stante la palmare evidenza dell'omessa vigilanza, ai fini educativi, sul comportamento del figlio da parte di essi genitori (v.p.3-4 sentenza impugnata).
I genitori dovevano dimostrare che era stata impartita al figlio un'educazione normalmente sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione in rapporto al suo ambiente, alle sue abitudini, alla sua personalità (Cass. n. 7459/97).
La valutazione della positività o meno della dimostrazione offerta è stata operata dal giudice del merito con una motivazione appagante sotto ogni profilo e, quindi, come tale, si rivela insindacabile (Cass. n. 4945/97).
Nè rileva il fatto che il figlio abbia avuto due esperienze di lavoro "presso un fabbro e una autocarrozzeria", perchè se ciò può valere ad escludere la presunzione di "culpa in vigilando", non è sufficiente a fornire la prova liberatoria della presunzione della "culpa in educando".
Nè, tanto meno, assurge a rilievo il fatto che il figlio fosse quasi diciottenne al momento del sinistro, in quanto l'art. 2048 c.c., comma 1, si riferisce al figlio comunque minorenne verso il quale i doveri di cui all'art. 147 c.c., sono di natura inderogabile e finalizzati a correggere comportamenti non corretti e, quindi, meritevoli di costante opera educativa, onde realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito Peraltro, lo stato di (im)maturità, il temperamento e l'educazione del minore - come sottolinea il giudice di appello, che richiama decisioni di questa Corte (p. 4 sentenza impugnata), da cui non vi è motivo per discostarsi-possono desumersi anche dalle modalità del fatto ed è pacifico che il figlio non indossava il casco, aveva una certa dimestichezza con i veicoli, pur essendo minorenne.
Si tratta di elementi decisivi che avrebbero dovuto indurre i genitori, data l'età del minore, a dare una prova decisiva della efficacia del loro impegno educativo, rigorosamente articolandola in riferimento al grave fatto illecito, che cagionò la morte di M. R..
Il che non solo non si rinviene nella linea difensiva svolta avanti ai giudici del merito, ma nemmeno si allega nell'attuale impugnazione, la quale, onde corroborare il fondamento della censure finisce per confondere l'obbligo educativo con l'obbligo di vigilanza.
Questo ultimo obbligo, secondo la fattispecie di cui all'art. 2048 c.c., può coesistere con l'obbligo educativo, ma può anche non esserci e, comunque, diventa rilevante solo se si rinviene, anche dal fatto illecito determinatosi, la sussistenza (o non se ne da efficace prova liberatoria) della culpa in educando.
Il motivo, quindi, va respinto.
4. - Con il terzo motivo - "in ogni caso" - i ricorrenti, che hanno in grado di appello impugnato la sentenza di primo grado con tre motivi in ordine all'an e con quattro motivi in ordine al quantum, pur essendo riusciti in parte vittoriosi per l'accoglimento di alcuni di essi sono stati, invece, condannati alle spese di lite, le quali avrebbero, a loro avviso, quanto meno dovute essere compensate.
In realtà, va detto che essi sono rimasti sostanzialmente soccombenti, avendo visto respinti tutti i motivi in ordine alla loro, asserita, estraneità, con l'altrettanto asserita responsabilità del M.R., essendosi l'accoglimento dell'appello limitato a una più equa, in relazione alla complessità della vicenda, ripartizione del carico risarcitorio.
Quindi, è pienamente corretta la decisione sulle spese.
In conclusione, il ricorso va respinto e i ricorrenti condannati in solido al pagamento delle spese di questo grado del giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte:
Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido alle spese di Euro 7.100,00, di cui Euro 100,00, per spese, oltre spese generali ed accessori come per legge.
Deve ritenersi presunta la culpa in educando dei genitori qualora il fatto illecito commesso dal figlio minore sia di tale gravità da rendere evidente la sua incapacità di percepire il disvalore della propria condotta.
La Corte di Cassazione conferma il ben noto principio per cui i genitori di un figlio minorenne con essi convivente possono sottrarsi alla responsabilità ex art. 2048 cod. civ. solo nel caso in cui dimostrino l’assenza di una loro culpa in educando e in vigilando, con la precisazione, però, che in talune fattispecie è possibile ritenere in re ipsa la culpa in educando e pertanto non è sufficiente limitarsi ad una allegazione generica bensì è necessario fornire una prova specifica e rigorosa sulla correttezza dell’educazione impartita.
Il caso di specie riguardava un sinistro stradale in cui un ragazzo aveva perso la vita a seguito dello scontro con un ciclomotore condotto da un minorenne, poi sopravvissuto.
I genitori e i fratelli del ragazzo deceduto avevano citato in giudizio il conducente del ciclomotore ed i suoi genitori per ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti a seguito del sinistro e sia nel primo che nel secondo grado del giudizio i genitori convenuti erano stati condannati ai sensi dell’art. 2048 cod. civ..
Veniva dunque proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Potenza argomentando, tra l’altro, che alcuni dei capitoli di prova dedotti non erano stati ammessi in sede d’appello nonostante essi fossero determinanti, a dire dei ricorrenti, per provare il loro adempimento agli obblighi ex art. 147 cod. civ. (obbligo di mantenimento, istruzione, educazione della prole alla luce delle capacità, dell’inclinazione naturale e dell’aspirazione dei figli). Essi rilevavano inoltre che loro figlio, al momento del sinistro, era quasi diciottenne e che dunque lui soltanto avrebbe dovuto rispondere dei danni cagionati.
Innanzitutto la Corte precisa che la circostanza che il figlio fosse quasi maggiorenne non vale ad escludere la responsabilità dei genitori conviventi, posto che l’art. 2048 c.c. si riferisce al figlio comunque minorenne, verso il quale gli obblighi di cui all’art. 147 c.c. sono da considerarsi inderogabili e diretti a formare una personalità equilibrata e consapevole nelle relazioni interpersonali.
I giudici di legittimità, inoltre, ritengono che la valutazione di inammissibilità e di inidoneità dei capitoli di prova dedotti fosse stata analiticamente motivata dai giudici dell’appello, in quanto dalle circostanze del sinistro emergeva palesemente l’omessa vigilanza sul figlio a fini educativi da parte dei genitori. Lo stato di immaturità del figlio, infatti, secondo i giudici di appello e quelli di legittimità, poteva desumersi anche dalle stesse modalità di svolgimento del fatto, essendo pacifico in causa che il minore non indossasse il casco al momento del sinistro e che avesse già maturato una certa dimestichezza nella conduzione dei veicoli, pur essendo molto giovane. Tali circostanze sono state quindi ritenute da sole decisive al fine di giudicare sussistente una colpa dei genitori nell’educazione del figlio e pertanto, a fronte di ciò, essi avrebbero dovuto fornire una prova rigorosa ed articolata sull’efficacia del loro impegno educativo, cosa che non era avvenuta.
La difesa dei genitori aveva anche evidenziato come il figlio avesse già avuto esperienze lavorative presso un fabbro e una autocarrozzeria ma tale circostanza non viene ritenuta comunque sufficiente ad escludere una loro responsabilità, poichè il fatto che il figlio fosse già stato avviato ad un mestiere, se può valere ad escludere la presunzione di culpa in vigilando, non è comunque idonea a fornire la prova liberatoria della presunzione della culpa in educando, per la quale serve un’allegazione esaustiva sull’impartizione di una educazione normalmente sufficiente ad impostare una corretta vita di relazione del figlio in rapporto al suo ambiente, alla sua personalità, alle sue abitudini (cfr., ex plurimis, Cass., sez. III, 11/08/1997, n. 7459). (Altalex, 8 giugno 2009. Nota di Federico Repetti)

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